T.R.E. Passaggi - Alessandro Giachero, Stefano Risso, Marco Zanoli (Abeat 2005)
Recensione comparsa su AudioPhile Sound (gennaio 2006)
Giudizio artistico: OTTIMO
Non so perché, forse poiché in fondo sono solo un po’ sciocco, ma la visione e la lettura della copertina di questo Compact Disc mi maldispose al punto tale da volerlo ascoltare per ultimo… E invece quanta buona e bella musica da questo trio tutto italiano!
Da molto tempo non sentivo un trio contemporaneo suonare così affiatato, così coordinato, così espressivo e musicale. Fin dalle prime note ne sono stato rapito e fino alle ultime battute ho goduto dell’ascolto di queste poesie in musica.
È molto cambiato il jazz in Italia, per nostra fortuna! Qualche tempo fa (quasi) tutti i musicisti non vedevano l’ora di imporci le loro astrazioni… metafisiche? metallurgiche? CATASTROFICHE!!!
Un vero strazio per le orecchie ed il bello era che chiunque non le approvasse veniva considerato un cafone, un becero, un apostata! Ma noi ora qui abbiamo i T.R.E. a prendersi cura di noi, a rispettare i nostri sentimenti e sensibilizzarci riguardo il bello della vita. Non voglio, questa volta, cercare a tutti i costi affinità con i, seppur grandi, musicisti del passato perché sarebbe errato in questo caso.
I tre maestri sono eccellenti compositori, oltre che bravi strumentisti. E Passaggi è un opera dal carattere a sé stante e non è saggio paragonarla a qualcos’altro di già a sentito, a parte il ricercato interplay di evansiana memoria ed è questo il suo segreto. I T.R.E. indossano la loro musica come fosse la loro stessa pelle! È così perfetto eppure così umano il volto della loro musica.
Musica che racchiude in sé molta della cultura occidentale in fatto di estetica e raffinatezza e, si badi, non finalizzata all’effimero estetismo ma al lirismo poetico e per questo pregno di concetti romantici quando non meditativi. In altre parole: alla ricerca della ‘spettacolare’ prestazione virtuosa dal punto di vista tecnico strumentale, i tre maestri preferiscono il virtuosismo concettuale.
Entrando più nel vivo delle note si osserva quanta cura sia stata posta nella scelta dei tempi, delle accentazioni e delle sfumature, delle melodie e dei veri e propri intrecci musicali intessuti fra gli strumenti. Musica dolce ma sapida, rilassante ma tesa, espressiva e visionaria ma solida e concreta. Sì, Passaggi è un album piacevolissimo, musicale fino al quasi al cantabile, e, carezzevole. Ciò che immediatamente balza evidente al mio udito è la perfetta intesa fra i tre bravissimi musicisti e la direzione univoca da essi intrapresa.
Ognuno di essi apporta la propria esperienza e la propria bellezza a questa musica che per certi versi ha del miracoloso: certo! dove trovare, nel 2005, dei ‘ragazzi’ con tanta esperienza individuale, tanto buon gusto, tanta voglia di fare arte sul serio? Sto ascoltando il terzo brano del CD, Crepuscolo, e ne sono quasi commosso e di questo ringrazio il trio. Ringrazio Alessandro, Stefano e Marco per l’ora di totale piacere trascorso in compagnia della loro bella musica. Passaggi è un disco che bisogna avere!
Antonio Scanferlato
Giudizio tecnico: OTTIMO
Non potete immaginare quanto io sia fiero di questo ‘prodotto’ tutto italiano anche dal punto di vista della qualità sonora. Esso non manifesta nessun difetto solitamente imputabile ai dischi digitali: la dinamica è davvero buona e rispetta le caratteristiche peculiari di tutti gli strumenti, soprattutto ai bassi livelli di ascolto. Il timbro è praticamente perfetto, la risposta in frequenza è lineare ed estesa fino ai limiti di udibilità sia verso il basso che verso l’alto.
La scena acustica non è ancora ‘perfetta’ ovvero la profondità, rispetto all’altezza e la larghezza del soundstage, è scarsa e le naturali distanze fra i musicisti non sembrano essere state pienamente rispettate. In compenso la focalizzazione e le dimensioni degli strumenti sono da primato assoluto in quanto a realismo. Il dettaglio è generosissimo. Il lavoro del singolo strumento è percepibile fin nella più piccola sfumatura e le armoniche da essi generate si spandono in modo naturale nell’ambiente di ascolto.
Encomiabile è la ripresa del pianoforte: grande, potente, corposo e fluide le sue note. Realistica al massimo la riproduzione della batteria con tamburi ben accordati e veloci; piatti molto netti, lucidi e dettagliati. Il contrabbasso… beh forse (senza il forse) è uno dei migliori contrabbassi mai riprodotti dal mio impianto: semplicemente vero! Disco consigliatissimo anche per il suono.
Antonio Scanferlato
Recensione comparsa su Cadence (USA) (marzo 2006)
The piano trio T.R.E., with Giachero at the keys, plays music with dense overtones on. Bassist Risso and drummer Zanoli sustain the moody music with their probing dialogue to cause the tunes to veer down secluded, tree-darkened lanes. Each musician contributed compositions on this all-original set, yet each song speaks with a sullen demeanor to provide consistency for this endearing session. Giachero plays with intense determination in a non-percussive manner; he brings out emotions without being overt in his approach. This characteristic is present with the others as well. Risso reaches into dark corners with intricate bass lines, but he does it in a soft, sulking way. Zanoli accents with brushes and light cymbal work to further the heady ambiance. While the selections all have melodic framework, they transform into brooding vehicles where each artist adds splashes of muted colors to the canvas to give it a distinctive character. At times the pace quickens, as on “Goga-Mi-Goga” or an unlisted tenth tune, but the atmosphere remains overcastand sober. This trio has been together for a couple of years and has coalesced into a fully compatible and empathetic unit. The three voices speak one integrated language that communicates unerringly to the receptive listener.
Frank Rubolino
Recensione comparsa su All About Jazz (24 febbraio 2006)
Giudizio: 4 stelle
T.R.E. è “Tri Razional Eccentrico”, secondo Giachero, Risso, e Zanoli, che dopo due anni di ricerca collettiva sfornano Passaggi, disco che riesce a proporre un trio di piano fresco, melodico, elaborato ed elegante. Un po’ jarrettiano nelle intenzioni, Giachero risolve comunque la questione improvvisativa con uno stile proprio, facendo affidamento su una ritmica attenta e mai invasiva.
“Pianure” (Giachero) è una composizione ariosa, come il titolo suggerisce, con un tema essenziale per costruzione, ed efficacemente coeso tra le varie parti. Meditabondo e dotato di un lirismo più che convincente, il brano va avanti con fluidità e raffinatezza fino all’ultima nota, facendosi ascoltare. Anche “Taxi Morning” è ottimamente ideato nella strutturazione del tema, delicato e solido assieme, che si tinge di una vellutatezza cedevole solo in apparenza.
“Crepuscolo” è un valzer dal tema struggente, che danza in punta di piedi, facendo la gincana tra un accordo e l’altro. Sembra una favola triste, che si fa seguire fino alla fine, promettendo non certo un lieto fine, ma una narrazione di rara bellezza. Certamente, uno dei temi più riusciti nel CD, che comunque non scende mai di tono, su tutta la tracklist. Con un’introduzione pianistica che sa dare importanza ai silenzi, comincia “Riflessi”, che continua con l’inserirsi lieve della batteria e l’assolo di contrabbasso. Il pianoforte qui regala note limpide e possenti, decise, oneste nel loro vibrare puro.
Un po’ di “latinità” viene fuori con “Le sue ali”, mentre “Sol-la-nin-na” è una sorta di ninnananna per orecchie fini. Chi ha mai detto che gli adulti non abbiano bisogno di un dolce “buonanotte”? “Goga-mi-goga” da una giusta sferzata di vigore, i tempi si velocizzano, gli assoli si spezzano, si frammentano, facendo l’occhiolino ad una modernità accarezzata ma non, certamente, ostentata.
Ma Passaggi è un CD con sorpresa: il “regalino” salta fuori dopo “Ja ja”. Il brano dura poco più di nove minuti, ma lasciando correre il lettore per un altro minuto ecco che un nuovo pezzo comincia, e si sviluppa con brio per altri cinque minuti di musica extra, nascosta, solo per chi ha pazienza. Si tratta di un disco che merita più di un ascolto, ma che comunque rivela da subito la fattura pregiata. Inciso da una formazione che, continuando a lavorare sodo ed affinando le già evidenti doti d’interplay, potrà regalare altri, preziosi frutti.
Stefano Piedimonte
Recensione comparsa su Jazzitalia.it (marzo 2006)
La prima cosa che ti incuriosisce quando prendi in mano l'album del trio Zanoli-Risso-Giachero è la copertina: poche linee e poco colore abbozzano una porta: chiusa.
Poi guardi in alto a sinistra e leggi: T.R.E.- Passaggi. Fin qua nulla di strano se non che, come avviene spesso, non capisci bene cosa significhi il disegno in questione, allora metti il disco nello stereo e schiacci play: a questo punto, come in quei gialli in cui alla fine tutti i tasselli tornano al loro posto, il disco inizia a spiegarsi da sé, partendo proprio dal titolo. Capisci che "passaggi" può voler dire "passare per", "attraversare" i nove scenari che la batteria di Zanoli, il contrabbasso di Risso e il piano di Giachero, disegnano, partendo proprio dalla prima traccia "Pianure" che sembra evocare l'andamento oscillante della macchina su un rettilineo interminabile. Nove immagini, una breve pinacoteca costruita con un abile gioco di squadra, perché "passare" vuol dire anche cedere qualcosa a qualcuno, vuol dire assecondare una tattica di gioco per arrivare in fondo e fare gol, senza eccessi o prevaricazioni, senza cascate di note ingiustificate ma cercando di soppesare il tutto, arrangiare con saggezza tre soli strumenti che, se nella loro tradizionalità possono apparire come un vincolo, in questo disco si trasformano in un'enorme potenzialità. Proprio in questa abilità combinatoria, in questo congiungere tre vettori sonori in un'unica linea melodica senza l'imposizione di nessuno dei tre, si nasconde il terzo significato di "passaggi", ovvero la volontà di oltrepassare un ostacolo, di aprire quella porta chiusa che rappresenta la necessità di coniare nuove soluzioni musicali. Un obiettivo perseguibile attraverso due possibili strategie: raccontando vecchie storie con nuove parole, nuove sonorità, strumenti e tecnologie chiamando in causa talora l'elettronica stessa o, come decide di fare T.R.E., scegliere un'altra chiave dal mazzo per aprire quella porta, utilizzando vecchie parole, suoni e strumenti, per raccontare storie nuove, con una nuova sintassi. A tutto ciò T.R.E. da un'ottima risposta, sceglie la chiave giusta. Un Tri Razional Eccentrico consapevole (come dicono loro) dell'eccentricità della risposta allo stimolo della musica ma, contemporaneamente, della razionalità del percorso che la mente compie seguendo una linea melodica. Consapevolezza che permette loro di scovare, razionalmente, soluzioni armoniche e melodiche tali da evocare eccentricamente immagini e sensazioni varie nell'ascoltatore. Un disco, quindi, decisamente ben riuscito.
Filippo Domaneschi
Recensione comparsa su Jazzit n°35 luglio agosto 2006
Nato nel 2003 dall'unione di intenti simili, sia dal punti di vista compositivo che da quello dell'interplay, questo trio di giovani strumentisti stupisce non poco per appeal e solida professionalità. Elementi non facili da riscontrare in una formazione affacciatasi all'esordio discografico con la sicurezza e la caratura pari a quella di certi colleghi veterani. La verve c'è tutta, soprattutto quando determinate composizioni, sfuggendo dalla routine dei soliti temi cantabili, emergono con la propria originale struttura e personalità. E' il caso di Taxi Morning, la cui lenta e ciondolante atmosfera coinvolge per logiche esemplari. La stessa è protagonista con diversa tempistica ritmico-improvvisativa nella spedita ghost track. Differenti solarità si riscontrano invece nelle ballad Il giorno dopo il 9 aprile, nella quale emerge il prezioso intervento di Giachero sostenuto dal bel contrappunto di Risso, e nella conclusiva Ja Ja, tutte a firma del notevole contrabbassista torinese. Ancor più rarefatta emerge la tensione nostalgica presente in Riflessi, mentre il concitato percorso di Goga-Mi-Goga ricorda qualche sfumatura ornettiana. Tutto di guadagnato per un trio che mette a segno un eccellente cd di presentazione.
Gianmichele Taormina
T.R.E. - RIFLESSI - Alessandro Giachero, Stefano Risso, Marco Zanoli (Abeat 2006)
Uno dei massimi filosofi del Novecento, Theodor W. Adorno, ha scritto molto di musica, dicendo parecchie cose geniali e alcune colossali scemenze.
Una colossale scemenza è il modo in cui liquida il jazz, irrimediabilmente ostaggio della sincope, roba buona per far battere il piede o poco più, secondo lui. Una cosa geniale è l’utilizzo del termine gastronomico per definire ogni espressione artistica che si rassegna a stare sullo sfondo, a non disturbare troppo, a non pretendere attenzione, a lasciarci immutati dopo l'ascolto, la visione, la lettura.
Musica da ascensore, quadri da arredamento, libri da spiaggia, diremmo oggi. Ecco, Riflessi non è un disco gastronomico. Riflessi non è innocuo.
Riflessi è una seduta di improvvisazione, registrata negli stessi giorni in cui T.R.E. era in studio per un altro lavoro, in questo caso pianificato, composto, premeditato: "Passaggi". E la prima cosa che salta all’orecchio, pensando alla genesi di Opening, Conversation I, Conversation II e delle altre tracce di Riflessi, è l’organicità, quanta poca casualità ci sia nei gesti sonori di Giachero, Risso e Zanoli, quanto i pezzi sembrino esistere prima di esistere.
Immagino i tre musicisti di fronte a un baratro, che ignorano volutamente il ponte di tronchi poco lontano per tentare l'attraversamento su una fune invisibile. La fune c’è, lo sanno tutti, ma l'unico modo per scoprire dove si trova è fare il primo passo nel vuoto. O la trovi o precipiti.
Se precipiti precipiti, se la trovi da quel momento attraversare i ponti ti sembrerà noiosissimo.
Un trio gastronomico, davanti al baratro, sceglierebbe il ponte di tronchi o, peggio, comincerebbe a colare cemento.
Giachero, Risso e Zanoli fanno il primo passo nel vuoto. Ma non così, a caso. Fanno il primo passo in un punto preciso, un punto da cui non si vede nulla di simile a una fune, eppure secondo loro il punto giusto è quello e non un altro. E trovano la fune invisibile. E ci camminano sopra per quasi un'ora fin dall'altra parte del baratro. Poi si voltano è a quel punto la fune è visibilissima, gratuitamente zigzagante eppure necessaria. Da qui, a posteriori, è chiaro che si dovesse camminare lì e non altrove. Riflessi è questa camminata.
Marco Bosonetto
Lo scorso anno i T.R.E. ( tri razional eccentrico) vinsero il concorso«Padova Porsche Jazz Festival nella categoria «Giovani», suscitando un grande scalpore tra gli addetti ai lavori. Le principali riviste di settore dedicarono spazio a questa vicenda permettendo loro di ritagliarsi un piccolo spazio e nel corso degli ultimi mesi hanno portato in giro per l¹Italia il loro straordinario progetto . Abeat pubblicò un disco d¹esordio, intitolato «Passaggi> ( ABJZ 037) che ebbe un ottimo esito di critica ed un eccellente successo in alcuni paesi stranieri, soprattutto in Giappone.
Questo nuovo lavoro testimonia una registrazione completamente improvvisata . Una sfida con se stessi , ampiamente vinta , che dimostra non solo l¹ eccellente caratura artistica del trio e la loro sopraffina sensibilità ma anche le possibilità estreme e mai del tutto esplorate che solo l¹alchimia della musica , attraverso l¹incontro di splendidi artisti , può riservare. Il sound di questo nuovo disco per Abeat è unico ed originalissimo, fresco e moderno. Il linguaggio è una miscela sapiente di vari elementi fusi in maniera nuova; un trio che sta delineando nel panorama a volte asfittico del jazz contemporaneo una nuova via? La musica risulta introspettiva e passionale, frutto corale di tre forti personalità estetiche unite da un non comune senso del rischio e dell¹invenzione . Essa scorre fluida e senza cedimenti come se non si trattasse di «musica totalmente improvvisata» ma di un progetto studiato e riprovato : tutto ciò è il frutto di una completa identità di intendimenti e di forza «superiore».
Recensione comparsa su Cadence (USA) Marzo 2007
This Italian trio’s music exists in a dark place somewhere between the classic Bill Evans Trios and the Graewe-Hemingway-Reijseger group. Purported to be a completely improvised affair, Riflessi explores the spaces between sounds, patterns and motives; in the finest moments of exchange, “Passagi Sonori” being a superb example, listening becomes a very active experience as the boundaries between silence and sound are called repeatedly and convincingly into question. Much of the success of this venture is due to the
stunningly clear and full recording; every gesture and detail is vivid, from the smallest percussive to the longest bass or piano decay. The music ranges from a kind of Jazz-tinged pan-tonality, as with the wistful “Passaggi,” to some free-form bubble and clatter, as on the percolating “Fuoco Rituale.” Communication is first-rate, each member of the trio responding quickly and consistently to one another, sharing equally the responsibilities of shaping each piece, no matter how brief. I only hope that they can make the final leap into
the 21st century, as there’s been a lot of water under the proverbial bridge since Bill Evans died. All of my quibbles aside, Riflessi deserves to be heard, and it will be relished by fans of “free jazz” and by adherents to more traditional forms.
Marc Medwin
Recensione comparsa su All About Jazz Maggio 2007
“Tre” è il numero perfetto, il simbolo della divinità cui siamo più abituati, il codice dell’argomentazione concettuale: tutti elementi che tornano - assieme al più prosaico numero dei componenti del trio piano-basso-batteria - in questo Riflessi del T.R.E. (Tri Razional Eccentrico), ovvero Alessandro Giachero, Stefano Risso e Marco Zanoli. Al secondo lavoro per Abeat (leggi la recensione del precedente Passaggi), T.R.E. mette in scena con grande coraggio e piena coerenza una musica interamente improvvisata, dialogica, basata sul dialogo paritetico, nella quale il rischio dell’esplorazione e della scoperta della nota giusta “qui e ora”, sono la cifra fondamentale. Ben sedici le tracce, delle quali solo tre superano i quattro minuti, mentre le altre risolvono il dialogo in conversazioni brevi, ma intense, nelle quali gli strumenti risuonano nel loro ricercare, dentro atmosfere rarefatte, tracce di temi, passaggi dal lirismo appena accennato e tuttavia toccante. Se puntillistico ed essenziale è il lavoro ritmico di Zanoli (che però opera qua e là scenograficamente ai piatti) ed ovviamente fondamentale è quello di Giachero - estremamente dosato e meditato il suo tocco, espressive e non ostentate le sue tecniche “non convenzionali”, per un approccio allo strumento che ricorda Bobo Stenson - il protagonista del disco appare però Risso, il cui contrabbasso è costantemente al centro della scena, un po’ come accade ai grandi dello strumento anche nei contesti più rilevanti. Ne sia esempio “Drops”, interamente costruita su di lui e sostanzialmente un suo lungo assolo, ma anche quei momenti in cui, all’archetto o percuotendo la cassa, offre espressive risposte alle chiamate del piano. Non è usuale ascoltare lavori di questo spessore, che evadono da ogni monotonia richiedendo ascolto attento senza però scivolare mai nel cerebrale e rendendo in cambio stimoli a volontà e immenso piacere. Non è usuale in Italia, ma neppure altrove. Per cui sarebbe davvero opportuno prestare a questo disco, e a questi musicisti, la massima attenzione. La meritano tutta. ( Neri Pollastri )
Recensione JazzConvention 2007
Quasi un disco nel disco. Mentre il trio "Tri Razional Eccentrico" era in studio per registrare "Passaggi", è nata l'idea di costruire un disco quasi completamente improvvisato, e da qui è sorto il progetto di Riflessi. Un disco di seconda mano, una banale bagattella, un divertissment, Niente di tutto questo. Riflessi è un lavoro denso, radicale, a tratti oscuro. Sicuramente non lascia impassibili all'ascolto, non è musica d'arredamento, per citare Erik Satie. Il disco si apre giocando su fugaci frasi di pianoforte, rotte, spezzate a metà, mentre poco oltre sempre Giachero suona quasi solo nel registro grave a ottave parallele, dando un senso di profonda inquietudine, supportato dagli artifici timbrici di Zanoli e Rossi. Poi Fuoco Rituale: Stockhausen. No, Giachero. E il tremolante archetto di Risso a fare rumore, costruendo una musica ossessiva, lancinante, scomoda, con il pianoforte ancora strappato. Poi, si cambia musica, si ritorna a Passaggi, una ballad dialogica, in cui tutto sta nei discorsi tra pianoforte e contrabbasso; una rottura profonda con quanto veniva prima, eppure è forse nella suggestione di ciò che si è ascoltato prima, rimane qualcosa di strano. Forse anche a causa dei cromatismi del piano e delle frasi spezzate nel lungo e malinconico assolo di contrabbasso, strumento che ritornerà in primo piano in Conversation II, quasi un lungo, stupendo monologo. Poi naturalmente si torna nell'inquietante, con L'ingranaggio, che introduce una sezione del disco in cui protagonista è Zanoli, e soprattutto la varietà dei timbri che riesce a cavar fuori dai suoi strumenti. Se qui, in soli 46 secondi, riesce a creare un piccolo moto perpetuo, in Sabbia si lancia in un accompagnamento dal suono originalissimo e dal ritmo storto. Si ritorna, infine, all'andamento lento con Memories, intimistica, raffinata, in cui Giachero mette in mostra un profondissimo lirismo, una intelligenza musicale rara, e un gusto strepitoso per la nota giusta al momento giusto, come si usa dire
Questo non è un disco semplice, e non è un disco comune, tanto meno in Italia, dove già di jazz che non sia mainstream ce n’è poco, e trovarne di fatto bene è seriamente difficile. I tre musicisti sono straordinariamente affiatati, producono un disco fabbricato sulla pura intuizione, dai colori profondamente innovativi con nessuna concessione ai clichè. Non facile da ascoltare, sicuro, ma lo si gusta a fondo. E’ un viaggio negli abissi della musica, o sicuramente negli abissi del jazz. Sempre camminando su una corda che però non si spezza mai. L’ascoltatore deve in un certo modo disfarsi di ogni preconcetto, di ogni attesa e pretesa, e lasciarsi attraversare dalla musica. Forse si può azzardare una domanda, sottesa al disco: quali sono i rapporti tra musica e silenzio? In “Paesaggi sonori” – a chiusura dell’album, quasi a darne una chiave ermeneutica – il discorso non è più tra strumento e strumento, tra un musicista e un altro, ma diventa un dialogo tra suono e non-suono, tra il suono e il suo “riflesso”, il silenzio.
Diego D'Angelo
VIAGGIO:
Recensione comparsa su Musica Jazz - Marzo 2009
Il sodalizio di T.R.E., una delle tante espressioni dell'attuale concezione del classico trio jazz, è giunto al suo terzo Cd, sempre per l'Abeat.
Giachero, responsabile delle statiche linee melodiche, conduce un narrare piano e meditabondo, un rimasticare accordi senza scossoni, mentre in sottofondo il contrabbasso scuro di Risso ripropone una costante fissità.
Zanoli, che sembra il più smaliziato dei tre, con tocco morbido e appartato produce accenti asimmetrici e, sui piatti, uno spolverio leggero, di mobile varietà timbrica.
I tre musicisti sono comunque legati da un'indubbia omogeneità stilistica, da una motivata progettualità che, unitamente a una puntigliosa attenzione agli equilibri, conferiscono un preciso carattere espressivo al Cd.
Ne sortisce una musica consapevole, concentrata, pensosa, in cui la definizione delle griglie armoniche e dinamiche sembra sempre finalizzata a individuare un percorso aperto ma ineluttabile.
Indubbiamente i nove brani originali (sei dei quali a firma di Risso) riescono a concretizzare un mondo lirico e coerente, con una sua problematica interna, ma anche uniforme e sospeso, quasi autoreferenziale, avulso dalla realtà terrena.
L.Farnè
Recensione comparsa su Allaboutjazz - Aprile 2009 - Valutazione: 4 stelle
Terzo disco per T.R.E (Tri-Razional-Eccentrico), che aveva già molto ben impressionato nei due lavori precedenti, Passaggi (del 2005) e Riflessi (del 2006), sempre per Abeat.
Questo Viaggio vuol essere un po' una sintesi dei lavori precedenti, l'uno basato su composizioni e l'altro interamente improvvisato: qui il materiale tematico è minimale e posto a mo' di spunto per l'improvvisazione, che ad esso rimane fedele nel suo sviluppo. Una formula ideale, che permette al trio di confermarsi a livelli di eccellenza.
Viaggio è un disco in clima ECM, rarefatto ed incentrato sui suoni - che tutti e tre i protagonisti sanno evocare, sia negli intrecci dialogici, sia negli assoli che ciascuno ha a sua disposizione - ma anche pieno di colpi di scena, di atmosfere ricche di pathos, di passaggi ipnotici che catturano l'ascolto.
E se Risso aveva già molto impressionato in Riflessi (centrale il suo suono con pedali costanti e reiterati), qui appare ancor più variegato e sviluppato il pianismo di Giachero (forte delle sue collaborazioni con il quartetto di Anthony Braxton, clicca qui qui per la recensione Standard (Brussels) 2006), ma anche molto più incisivo e creativo il lavoro di Marco Zanoli alla batteria (si ascolti ad esempio l'incipit di "Ludus").
Un bel lavoro, di un gran bel trio, maturo, paritetico, affiatato, ricco di idee e capace di svilupparle originalmente in corso d'opera. Urgerebbe sentirlo all'opera dal vivo; ma, si sa, non è facile farsi spazio su palcoscenici invasi da finti jazzisti, fenomeni di successo da rotocalco e improbabili big stranieri... Neppure se si è assai bravi... Per ora, dunque, godiamo almeno della loro musica su disco. È già molto.
Neri Pollastri - AllAboutJazz - Aprile 2009
ANTHONY BRAXTON QUARTET
Since the beginning of his solo career, Anthony Braxton apparently needs to move back to a more traditional environment, starting with "In The Tradition" in 1974, yet I have the impression that his standards releases are increasing over the years, especially in this century, but possibly in equal proportion to the rest of his impossible-to-keep-up-with output, with releases such as"8 Standards Wesleyan", "20 Standards (quartet) 2003" album, the "23 Standards" album, there's now "Standards (Brussels) 2006", a nice 6-CD box with a 20-page booklet with texts by Italian author Erika Dagnino. The concept of a "standard" is also flexible in Braxton's mind apparently, with pieces such as Charles Lloyd "Forest Flower" and George Russell's "Exx-Tethic" also falling into the category. The original performance captured in this box was played on four consecutive nights in a Brussels bar, with an Italian trio consisting of Alessandro Giachero on piano, Antonio Borghini on bass and Cristiano Calcagnile on drums.
The repertoire has pieces by Gershwin, Fats Waller, Antonio Carlos Jobim, Thelonious Monk, Wayne Shorter, ... with a totally different play-list for each evening. Sure, it is mainstream, the music flows along quite smoothly, post-boppish, with the three Italian musicians doing an excellent job, and Braxton plays along, he is possibly the one going the most outside the compositions, yet not too often, and - to his credit - he lets his band-members lots of space for soloing. The audience is fully involved, quietly listening, and applauding and reacting nicely. The best tracks are the ones on which the band turns the standard inside out, literally then, as on "Ezz-Tethic", which, after the bass solo, moves into eery avant-garde territory, first getting rid of rhythm and harmonics, then re-building it with a hypnotic piano phrase and great sax-playing by Braxton.
I am not too sure whether the sequence of the tracks on the CDs correspond to the performance itself, but it is clear that on discs 5 and 6, the band seems to be more tuned to one another, which creates more possibilities for a broader freedom of approach. The "standard" still gets usual mainstream attention till halfway down the piece, and usually after the piano solo, for a second, free-er version to start, yet again ending in the main theme. The Gerschwin brothers would possibly have a hard time recognizing the second part of their "Strike Up The Band", a track on which also Giachero turns wild. Throughout the sets Braxton's alto gives a light, shimmering atmosphere to the music, which is further reinforced by the subtlety of touch of the accompanying trio. This is music which sounds relax at moments, intense at others, structured and free, played by a band that clearly enjoys the music they're playing as much as how they can make it their own.
One downside of the box is that, even if the performance was recorded live, some tracks end in fade-outs, leaving the somewhat frustrating feeling that there is no reaction from the audience, but that's just a minor comment on an otherwise impeccable set with excellent sound quality.
Stef Gjissels, freejazz-stef.blogspot.com, december 08
ANTHONY BRAXTON QUARTET - Standards (Brussels) 2008 [6 CD set] (Amirani 14; Italy) Packaged in an elegant cartboard box (a decca style) which includes a 26 page booklet with three little essays (Positions for listening, Real space and dislocation, A possible anthropogony) by Italian poet and writer Erika Dagnino. Featuring Anthony Braxton on alto sax, Alessandro Giachero on piano, Antonio Borghini on double bass and Cristiano Calcagnile on drums. Recorded live November 23-26 2006 at P P Cafe in Brussels, Belgium. Although I didn't initially recognize the names of the three Italian musicians that Mr. Braxton has chosen to play with, each comes from a diverse background of collaborations. Pianist Alessandro Giachero is a member of William Parker's Italian Qt with Hamid Drake. Bassist Antonio Borghini is a member of the Bassesfere collective, as well as working with David Murray, Butch Morris, Ab Baars and Mary Halvorson. Drummer, Cristiano Calcagnile, is also a member of Bassesfere and has played with Damo Suzuki, Daniee D'Agaro, Rova Sax Qt and Tristan Honsinger.
This fine quartet covers some 34 standards, as well as a couple of group improvisations. The selection of standards runs from Broadway show tunes like "I'm Old Fashioned", to "These Foolish Things" to "It's You or No One" to more modern gems by Monk, "Monk's Mood" and "Ruby My Dear", Wayne Shorter, "Night Dreamer" and "Virgo" and even Eric Dolphy "Out to Lunch". All composers that cast a long shadow of influence on modern jazz and certainly not east songs to cover. The first discs opens with Charles Lloyd's "Forest Flower" from perhaps the most popular of Charles Lloyd's sixties albums. It is a lovely song and Braxton makes it his own with a long, distinctive and spirited alto sax solo while Alessandro plays some exquisite piano. The rhythm team is consistently creative, swings hard and keeping a buoyant balance underneath each soloist. Alessandro Giachero is a fabulous pianist and takes one great solo after another on every one of these tunes he is featured on. I dig the way the rhythm team keeps Mr. Braxton on his toes by tightly supporting him wherever he goes. Even on the ballads, which Braxton often plays with in a straight forward fashion, he also injects subtle and sly twists to keeps things interesting. There are three group improvisations which are all great and show another, freer side to this amazing quartet. So far, I've listened to three of the six discs and will check out the last three tonight. Considering that this six disc box set is over six hours long, it is a most impressive excursion into Braxton's unique way of interpreting standards with a super quartet of well-selected collaborators.
Bruce Lee Gallanter, Downtown Music Gallery, NYC, december 08
Un mucchio di musica
Non è la prima volta che Anthony Braxton si dedica agli standards, prima timidamente inseriti fra le sue composizioni, poi affrontati in modo eterodosso come nei due volumi di In the Tradition incisi per la Steeplechase nel 1974. Da quel momento sono diventati parte del suo mondo espressivo, suonati al consueto sassofono contralto o al pianoforte, raccolti in box da quattro CD, per la Leo Records o per la Music Arts, o camuffati da omaggi, come quelli a Charlie Parker ed a Tristano per la HatArt sempre ad un alto livello di creatività.
La Amirani Records di Gianni Mimmo arriva con un sorpresa, un cofanetto di ben sei CD inciso dal vivo nel corso di 4 giornate, dal 23 al 26 Novembre del 2006, a Brussels al PP Café, per la gioia degli spettatori presenti e di chi apprezza la sua musica su disco. Questa volta si presenta con una ritmica italiana, in grado di accompagnarlo con precisione atraverso il viaggio nella tradizione, quella che comunemente è riservata agli specialisti del mainstream.
Alessandro Giachero al pianoforte, Antonio Borghini al contrabbasso e Cristiano Calcagnile alla batteria hanno ormai l´esperienza per accompagnarlo e per fare di questa occasione qualcosa di speciale. Braxton al solito segue i suoi percorsi impervi, i salti di registro, il patrimonio della cultura free, su strutture riconoscibili, su brani, sei per disco, che abbracciano decenni di storia. Da classici dell´era bop come "Ah Leu Cha" di Charlie Parker e "Tadd´s Delight" di Tadd Dameron ai piú moderni "Forest Flower" di Charles Lloyd e "Night Dreamer" di Wayne Shorter.
Certo l`interpretazione lascia perplessi chi si aspetta un percorso ortodosso da parte dei quattro. Braxton fa di tutto per non rassomigliare agli altri colleghi di strumento: le incursioni fra gli standards sono dettate dalla sua curiosità intellettuale, senza la necessità di suonare "corretto", come fa di solito chi ha frequentato una scuola di jazz. È un atteggiamento il suo che si propaga alla ritmica, trasportata senza remore su un mondo che solo il sassofonista di Chicago sa evocare, in cui la tradizione appare moderna e capace di rinnovarsi.
I dischi sono accompagnati da un booklet in cui la poetessa Erika Dagnino descrive le peculiarità del mondo braxtoniano. È un saggio molto interessante che aiuta a comprendere meglio le trasgressioni musicali dei quattro.
Vittorio Lo Conte, www.musicboom.it, jan. 09
Once again it is time for a review of another release with the brilliant saxofonist Anthony Braxton.
Anthony Braxton plays, as always magnifficient on his alto saxophone, and this time he joins forces with three Italian musicians:
Alessandro Giachero on piano, Antonio Borghini on bass and Cristiano Calcagnile on drums, here caught alive on 23-26 November 2006
at PP Cafe in Brussels, Belgium.
This 6 CD box with a total playing time of more than 6 hours, contains of 36 tracks - 33 standards and 3 free improvisation
and a 26-page booklet with interesting and informative notes by the Italian poet and writer Erika Dagnino.
The material here presented are by as different composers as Charles Lloyd, Bill Evans, Wayne Shorter, Thelonious Monk, Antonio Carlos Jobim, Fats Waller, Charlie Parker, Cole Porter and Eric Dolphy.
These interpretations of old familiar songs, is an impressive insight and introduction to the way that Braxton interprets standards on.
The three Italian musicians are doing a fantastic job, and is the perfect playmates for Braxton and his saxophone.
Braxton goes in front as the natural leading figure, but provides plenty of room to the other musicians in various solos and improvisations.
Braxton plays as always a lively and committed saxophone, and it is clear to the listener that is a unique musicians
with complete track of what this is all about - the music.
Alessandro is a very skilled pianist, takes the lead (in a good way) in one number after another, giving the numbers his own personal touch.
Borghini and Calcagnile lies as the ultimate backing group, supporting the others with their tight and close playing on the bass and drums.
The well-known numbers are drawn through the Braxton machine, turned so much inside out, that it sometimes
is difficult to recognize the originals, as they are presented in their most free way sending chills down your back.
This boxset is the most jazzy release, from the small Italian company Amirani Records, which so far has released
more twisted and advandtgarde things, less accessible if you like, as is the case here.
Henrik Kaldahl, Jazznet Denmark, January 09
The jazz canon and Anthony Braxton have been companions throughout his entire career. His admiration for innovators like Thelonious Monk, Lennie Tristano, Warne Marsh, and Paul Desmond has been documented in interviews and music. Beginning with What's New In The Tradition (SteepleChase, 1974) to his "piano" recordings at New York's Knitting Factory in the '90s, Braxton has kept his listeners reminded of his jazz roots without imitating the style of other players.
Assembled here are nearly six hours of music from the Anthony Braxton Quartet, recorded over four nights at PP Cafe in Brussels. The Belgian outing finds Braxton in good company with an adventurous Italian trio of pianist Alessandro Giachero (William Parker Italian Quartet), bassist Antonio Borghini (Bassesfere Collective, Memorial Barbecue Octet) and drummer Cristiano Calcagnile (Bassesfere Collective and his Chant Trio).
Where jazz standards recorded by Braxton once expanded tradition, as with The Charlie Parker Project (HatART, 1993) or Eight (+3) Tristano Compositions 1989 (HatART, 1989), these discs are more like Braxton's Standards Quartet circa 2003 with Kevin O'Neil, Kevin Norton and Andy Eulau, heard on Leo Records. The outward bound turns inward. The quartet pays deference to the tradition in the way the music is presented. Much like later period John Coltrane recording his Ballads (Impulse!, 1962) and Johnny Hartman (Impulse!, 1963), these tracks communicate that the great innovator of our times is indeed at peace with standards, while he remains forging new pathways like his Ghost Trance Music.
The music chosen by the quartet is never repetitive (except for Wayne Shorter's "Virgo") and like any quality band, it gets better as the gig progresses. The band stretches out each track further and further as the days go on. By disc six they are in full swing, Braxton yielding plenty of space for his companions to play. These three are adept at improvisation, based upon coherent structure and inherent swing. Disciplined by the familiar and the revered, their departures or journeys tastefully reference the whole; certainly that is at Braxton's pleasure. Long beyond having anything to prove, his playing is as relaxed as can be.
No one is phoning their performance in here. They tear both Gershwin's "Strike Up The Band" and George Russell's "Ezz-Tethics" into frenetic pieces and the three group improvised pieces are outstanding.
The six discs are beautifully packaged in a box with thoughtful liner notes from Erika Dasgnino and Amirani Records chief Gianni Mimmo.
Mark Corroto, www.allaboutjazz.com, feb 09
Casi desde el mismo inicio de su carrera musical Anthony Braxton se ha dedicado a trabajar sobre la tradición, bien sea recreando la música de un determinado artista o trabajando en proyectos compuestos exclusivamente por standards. En la entrevista que le hacíamos en Tomajazz a finales de 2007 Braxton lo explicaba cuando le preguntábamos cómo enfocaba el tratamiento de dichos standards: “He llegado a la conclusión de que para mí es muy saludable, de vez en cuando, distanciarme de mi propia música y tocar la tradición. Todavía soy sensible a la tradición. Así que he tratado, cada cierto tiempo, de sacar un CD de standards…Y cuando yo trato de tocar bebop procuro divertirme, probar diversos enfoques. Puede que toquemos «Giant Steps» sin acordes, o a veces podemos improvisar totalmente y quizás meter algo en medio... Procuro tratar la tradición de una manera más flexible. A veces tocamos la música de forma muy estricta y correcta, a veces sólo extractos de esa música. La tradición, la verdadera tradición, es la tradición de la creatividad, y creo que, en muchos casos, los estilistas y los tecnócratas se han olvidado de que la verdadera tradición es el reto que presenta la época que te ha tocado vivir, el reto de hallar una forma creativa de usar los materiales. Uno puede tocar Bach y aun así ser creativo... Estoy pensando en Glenn Gould, el pianista, cuando toca Bach, ¡oooh!... ¡Cuando toca Schoenberg suena casi como Chopin! Es personal, es creativo”. Quizás sólo quedaría añadir que Braxton ha sido capaz de transmitir el cariño que tiene y con el que afronta la reinterpretación de esta música.
Su encuentro en 2006 en Bélgica con un trío de músicos italianos para la grabación de este séxtuple CD resulta de algún modo sorprendente, ya que estos no cuentan en su haber con un amplio historial de colaboraciones con Braxton, tal y como les sucedía a Kevin Norton, Andy Eulau y Kevin O’Neal, integrantes de su Standard Quartet y con quienes publicaba en Leo Records los dos cuádruples CD 20 Standards (Quartet) 2003 y 23 Standards (Quartet) 2006. Sin embargo, todavía resulta más sorprendente el nivel de entendimiento al que llegan los cuatro músicos especialmente en los temas de los últimos CD. En el libreto no se indica, pero da la impresión de que estos fueron grabados al final de los cuatro días de conciertos en los que se grabó esta caja.
En lo relativo al repertorio, su elección sigue sorprendiendo por la amplitud que el concepto de standard tiene para Braxton. En esta ocasión, rara avis en sus proyectos centrados en material ajeno, se incluyen tres piezas improvisadas con duraciones que van entre los tres y los ocho minutos. El arco temporal abarcado por el resto de los temas recorre prácticamente desde los inicios del jazz hasta finales de los 60. Así, hay composiciones de Fats Waller (un fabuloso “Mean To Me”), Paul Desmond, Wayne Shorter, Eric Dolphy, George Rusell, Tadd Dameron, Charlie Parker, Thelonious Monk (“Ruby My Dear” es toda una delicia), Bill Evans, Charles Lloyd, Woody Herman y, por supuesto, piezas clásicas entre las clásicas como “All Of You”, “Star Eyes”, “These Foolish Things”, “Darn That Dream”, “If I Should Lose You” o incluso una versión de “Wave” de Antonio Carlos Jobim.
Quizás lo único que se eche de menos es el que no se haya dejado un mayor tiempo entre tema y tema para recoger los aplausos y la respuesta del público. En la mayoría de las ocasiones los temas finalizan de un modo casi abrupto para dar paso al siguiente inmediatamente, dejando la impresión de que la grabación no se hubiera realizado en directo. Algo que resulta extraño, puesto que en más de una ocasión la audiencia muestra su satisfacción al terminar el solo correspondiente. De cualquier modo ésta es una cuestión menor y casi anecdótica.
¿Es posible que este séxtuple CD sea la mejor manera para comenzar una aproximación a la obra de Braxton? Quizás se podría sugerir para ello el proyecto dedicado a Charlie Parker y publicado en HatOlogy. Aunque bien pensado, quizás tampoco sería una manera tan mala de acercarse a una figura histórica del jazz que con más de 60 años sigue trabajando a un ritmo frenético. En el fondo, lo que hay en estos seis CD son unos temas fantásticos recreados por unos muy buenos músicos, y si hay una constante en la carrera de Braxton, además de su interés por la vanguardia, es su gran respeto (que no es lo mismo que sumisión), a la hora de trabajar en la gran tradición del jazz.
Pachi Tapiz, www.tomajazz.com, March '09
Six disques, pour revenir sur quatre soirs de concerts donnés en 2006 à Bruxelles (PP Café) par Anthony Braxton. A ses côtés, trois jeunes musiciens italiens : le pianiste Alessandro Giachero (entendu déjà dans l’Italian Quartet de William Parker), le contrebassiste Antonio Borghini et le batteur Cristiano Calcagnile. Le répertoire, enfin, fait essentiellement de standards (pratique régulière).
Ecueil des premières minutes du premier soir : prévenance, manque d’assurance ou timidité inquiète, et l’ensemble manque d’à propos : Giachero versant, pour se donner sans doute un peu de contenance, dans un lyrisme démonstratif sur Forest Flower de Charles Lloyd. Et puis – faute peut-être à l’enregistrement : prise directe de l’instrument dans la table en guise de raison envisageable –, une sonorité de contrebasse qui tire encore l’ensemble vers le bas. Pour chasser les maladresses, attendre que la première improvisation fasse effet : brillante et inattendue, elle conforte sans doute le quartette dans l’idée qu’il peut trouver à dire.
Une version de Very Early (Bill Evans, que Giachero a vraisemblablement beaucoup écouté), de s’en trouver transformée, à laquelle succéderont – avec plus ou moins d’évidence selon le réalisme du trio d’accompagnateurs – quelques interprétations de taille, voire neuves : Night Dream, à laquelle Braxton applique sa notion personnelle de la justesse du timbre ; It Never Entered My Mind, Borghini parvenant ici à l’archet à se réserver un dialogue privilégié avec le maître ; Wave, simplement réinventée, ou encore Ruby My Dear, portée par les interventions minimalistes de Calcagnile.
Maintenant qu’il a gagné en cohésion – Borghini, en plus, débarrassé de la sonorité qui faisait défaut à l’ensemble –, le groupe soigne ses relectures (Alice in Wonderland, Evans encore, à l’allure vacillant sous les coups de saxophone ; Ezz-Thetics, thème emblématique de George Russell engouffré ici en accélérateur ; Out to Lunch, sur lequel Braxton et Giachero font état d’une presque complicité, d’une étonnante harmonie braque). Et puis, deux autres fois encore, ici et là, de ténébreuses improvisations, aux allures découpées : par un archet à distance (Improvisation No-3) ou les séquences branlantes que provoque Calcagnile. La première frayeur passée – qui provoquera l’hésitation de qui voudra aller réentendre les titres joués avant la première improvisation (premier disque) –, comme les quelques moments de plus faibles inspirations, et Standards (Brussels) 2006 se sera fait une place de choix dans la discographie (en formations d’un jour) d’Anthony Braxton.
Le Son Du Grisli, march '09
Meritorio sforzo della piccola ma ottima etichetta Amirani del saxofonista Gianni Mimmo, questo cofanetto di 6 cd raccoglie una serie di registrazioni effettuate dal vivo in Belgio da Anthony Braxton con il suo quartetto “italiano”, completato dal pianista Alessandro Giachero, dal contrabbasso di Antonio Borghini e dalla batteria di Cristiano Calcagnile.
Come ciclicamente avviene -sebbene con esiti altalenanti- nella vasta discografia del saxofonista, l’attenzione è qui rivolta gli standards, termine che abbraccia non solo songs immortali come “Darn That Dream” o “I’m Old Fashioned”, ma anche composizioni di jazzisti eterogenei come Shorter, Monk, Parker, Dolphy, George Russell… solo per dirne alcuni.
Ne emerge un corpus di brani davvero notevole, una ricerca che per coesione e emersione delle singole personalità fa davvero onore ai musicisti del quartetto: come già sottolineato, non sempre l’approccio braxtoniano agli standard è egualmente interessante, ma accade spesso che si accendano dei bagliori in grado di scardinare l’aspettato e di mostrare trame inedite di composizioni arcinote.
Il booklet accluso al cofanetto contiene anche tre brevi saggi della scrittrice Erika Dagnino.
Enrico Bettinello, Il Giornale Della Musica, Marzo 09
Meno esplosivo, sensazionale e deflagrante del Braxton compositore, ma altrettanto visionario e sensibile, il Braxton interprete ed esecutore di standards sorprende, seduce e ammalia.
Non dovrebbe stupire trovare il medesimo penetrante approccio sia nell'esecuzione delle proprie composizioni, che nelle esecuzioni di standards altrui. Eppure dal Braxton interprete si hanno aspettative diverse.
È noto l'interesse che Braxton da sempre nutre verso la tradizione afro-americana e il jazz canonico. La sua ammirazione per Thelonious Monk, Lennie Tristano, Warne Marsh o Paul Desmond è stata apertamente dichiarata in varie interviste. Esemplari sono a tal proposito i due, bellissimi, CD The Charlie Parker Project [HatART, 1993] e Eight (+3) Tristano Compositions 1989 [HatART, 1989]
Una registrazione effettuata a Copenhagen nel 1974 e pubblicata in due volumi dall'indicativo titolo In the Tradition [aka What's New in the Tradition] getta luce su quelle che saranno costanti e sistematiche incursioni del sassofonista nel repertorio "canonizzato" degli standards.
Stranamente, per un musicista che ha da sempre prestato grandissima attenzione alla documentazione e circolazione del proprio materiale, da quella registrazione - che per inciso è stata ripubblicata in un doppio CD nel 1991 - bisogna aspettare la metà degli anni Novanta per vedere registrato altro materiale. Non che nel frattempo Braxton si sia disinteressato a tale filone d'indagine, ma l'esecuzione di questo repertorio è stata per lo più una questione risolta dal vivo.
A recuperare il tempo perduto ci ha pensato Leo Records che da ha dato alle stampe un doppio CD 9 Standards (Quartet) 1993, i due volumi di un memorabile concerto Knitting Factory (Piano/Quartet) 1994, poi Solo Piano (Standards) 1995 (1995) e più di recente due cofanetti di quattro CD, rispettivamente 23 Standards (Quartet) 2003 e 20 Standards (Quartet) 2003.
Questo cofanetto di sei CD pubblicato dalla Amirani Records, dal titolo Standards (Brussels) 2006, è un tassello che va ad aggiungersi ad un ormai ricco corpus di registrazioni e di standards [sul sito di Restructures se ne trova un utilissimo indice]. Con le sue sei ore di musica, registrate nel corso di quattro serate al PP Cafe di Brussels, esso rappresenta inoltre un'occasione unica per immergersi nella prassi interpretativa del sassofonista.
Il trio che accompagna Braxton è formato dal pianista Alessandro Giachero (membro del William Parker Italian Quartet), dal bassista Antonio Borghini (del collettivo Bassesfere e del Memorial Barbecue Octet), e dal batterista Cristiano Calcagnile, anch'egli del collettivo Bassesfere e del Chant Trio.
Quattro ossi duri dell'improvvisazione in quel di Brussels sembrano avvicinarsi al jazz in modo libero, disinvolto e pacificato. Incredibile! La musica che questo quartetto profonde è piena di chiaro-scuri, ma è priva di contrasti e conflittualità. C'è ritmo, calore, anche swing. Velocità e freschezza sono le chiavi esecutive del trio italiano che affianca un Braxton luminoso e pacificato. Nessuna orditura complicata per il grande innovatore del jazz, che lascia grande spazio ai suoi compagni intervenendo in pochi, risoluti momenti decisivi.
I sei CD contengono ciascuno sei tracce con temi di noti jazzisti e compositori [Charles Llooyd, J.Styne, Van Heusen, Evans, Shorter, Desmond, James/Swift, Monk, Ruby, Jobim, Waller, Lewis, Haggart, F-Ain/Hilliard, Parker, Coots, Dameron, Porter, Kern, Russell, Springer/Leigh, Dolphy, Herman, De Paul, Carisi, Strachey/Link/Marvell, Gershwin, Clare/Gorney] che non si ripetono se se non nel caso di "Virgo" di Shorter. In questo voluminoso corpus si conficcano tre improvvisazioni, che, pur brevi, esibiscono gli unici lampi "cacofonici" in quadro nel suo insieme decisamente armonico.
Il libretto contiene tre scritti: "Positions for listening," "Real Space and Dislocation" e "A possible Antropogony" della poetessa Erika Dagnino.
Musica intensa, jazz libero, disinvolto e pacificato. Swing e improvvisazione che fanno vibrare le stesse corde.
Francesca Odilia Bellino, www.allaboutjazz.com, march '09
E fanno tre. Questo nuovo box firmato da Anthony Braxton (6 cd) segue due altri impegnativi cofanetti usciti lo scorso anno, quello pubblicato dalla Leo Records dedicato alla sua musica per piano (9 cd) e il box a tiratura limitata (come da consuetudine) uscito per la Mosaic (8 cd) che raccoglie le registrazioni uscite su etichetta Arista tra il 1974 e il 1980 (8 titoli per un totale di 13 Lp). Prodotti editoriali impegnativi, giustificati però dalla statura del personaggio. Braxton, infatti, è stato sicuramente il musicista che meglio ha riassunto tutta la tensione intellettuale e passionale che ha animato il jazz una volta oltrepassata la stagione del free, mantenendone inalterata la tensione utopica. Impossibile qui riassumerne quarant’anni d’attività. Basti dire che poco più che trentenne si era già imposto su una scena affollatissima e in pieno fermento creativo, al punto che l’allora direttore di Musica Jazz, Arrigo Pollillo, quasi mai tenero con l’area dell’improvvisazione, scrisse sul numero del giugno ’77: “Penso proprio che Anthony Braxton sia il più originale (oltre che il meno bluffatore) tra i giovani jazzman americani d’avanguardia”. Qui lo troviamo impegnato a rileggere un bel po’ di classici, ma occorre ricordare che sin dagli inizi degli anni Settanta iniziò a svolgere una parallela attività di rilettura/riscrittura del grande songbook del jazz, prima di iniziare con dischi interamente dedicati, serie inaugurata dai due volumi In The Tradition già nel 1974. Infatti, solo per citarne alcuni, standard sono presenti in diverse registrazioni di metà dei Settanta: All The Things You Are inclusa in Town Hall 1972, in Donna Lee (1975) insieme ovviamente a Donna Lee, e nell’album di Dave Brubeck All the Things We Are del 1974. Inoltre, in Trio And Duet (1975) si annidano The Song Is You, Embraceable You e You Go To My Head e la lista potrebbe continuare. Un percorso affine a quello di John Zorn, musicista che a metà degli anni Ottanta iniziò a raccoglierne il testimone, edificando nel tempo un analogo, monumentale progetto dove, da altra prospettiva, si azzarda l’esplorazione di tutte le combinazioni possibili. Sorte simile, poiché anche Zorn ha parimenti avviato un recupero della propria tradizione musicale (yiddish), iniziando nel bel mezzo delle sue più radicali ricerche sonore, ed entrambe le operazioni sono tuttora in corso.
Veniamo dunque a questa consistente fatica, che raccoglie l’esito di quattro serate tenute al PP Café di Brussels dal 23 al 26 novembre del 2006 per un totale di 36 tracce, tra cui tre dense e convincenti improvvisazioni, e un brano presente in due versioni, Virgo di Wayne Shorter. Ad accompagnare il chicagoano ci sono tre eccellenti musicisti, la vera sorpresa di questo cofanetto: Alessandro Giachero (pianoforte), Antonio Borghini (contrabbasso) Cristiano Calcagnile (batteria), tutti in bell’evidenza anche nelle parti solistiche che si ricavano, talvolta in modo rilevante nel caso di Giachero, capace di risultare assolutamente trascinante e geniale in più occasioni (come nella fuga in These Foolish Things). Grazie al loro apporto, insomma, lo swing regna sovrano e libero, le variazioni scorrono fluide, partecipando sempre con puntualità a costruire un efficace gioco di contrasti con le rigorose geomentrie braxtoniane, come ad esempio in Embarcadero di Paul Desmond, oppure in Early Autumn (Woody Herman), la cui robusta vena ritmico-melodica slitta in un astratto impressionismo. In parte originale anche la scelta dei brani, che ribadisce l’idea che Braxton ha di standard, considerato che si spazia da Wave di Antonio Carlos Jobim a Out To Lunch di Eric Dolphy, da Strike Up The Band di George e Ira Gershwin (riuscitissima) a Forest Flower di Charles Lloyd. Nessuna fatica d’ascolto, nel complesso, rielaborazioni mai banali, pur in presenza di temi notissimi, come Mean To Me di Fats Waller, che risulta esemplare nell’opera di destrutturazione che viene operata (tra le cose più belle dell’intero box). Confezione elegante, arricchita da un booklet con tre brevi saggi di Erika Dagnino (proposti solo in inglese nella traduzione di Marco Bertoli).
Gennaro Fucile, www.quadernidaltritempi.eu, apr. '09