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E’ indispensabile entrare in contatto con la propria essenza
Intervista con il pianista Alessandro Giachero
 

di Gerlando Gatto9 settembre 2011

Alessandro Giachero

 

Alessandro Giachero (Alessandria 1971) è uno dei pianisti più interessanti dell’attuale panorama jazzistico nazionale. In possesso di una solida preparazione di base, frutto di lunghi ad articolati studi culminati tra l’altro nel diploma ottenuto nel 1994 presso il Conservatorio della città natale e nella laurea specialistica in  e arrangiamento presso il Conservatorio “L. Cherubini” di Firenze, Giachero è stato segnalato nel Top del 2005 e del 2006  tra i migliori nuovi talenti del  sia come pianista solista sia con il progetto T.R.E. il cui album “Riflessi” è stato considerato, sempre nel Referendum di Musica Jazz del 2006, tra i migliori dischi dell’anno. Impegnato in diversi contesti, attualmente suona, tra l’altro, con il William Parker Resonance Quartet e incide con l’ “abeat” una delle etichette più originali e innovative del panorama jazzistico nazionale. A Giachero abbiamo rivolto alcune domande sull’attuale situazione del jazz e su cosa significhi oggi suonare questa musica.

– Come valuta l’attuale panorama jazzistico internazionale?

“Con la diffusione e la facilità di circolazione della musica attraverso le nuove possibilità offerte dalla tecnologia, si può avere un panorama molto ampio di quello che succede nel mondo. Ritengo che questo sia un periodo in cui circolano nuove ed importanti idee musicali, ricerche di un nuovo linguaggio e collaborazioni più frequenti con musicisti da tutto il mondo.

Nel campo della ricerca e dei nuovi linguaggi, ambito che mi interessa e in cui mi muovo, le nuove tendenze del jazz americano di New York e di Chicago da una parte e la scena europea dall’altra mi sembrano altrettanto interessanti per aspetti diversi. Figure artistiche come , Tim Berne, Craig Taborn, Michael Blake, William Parker, Nicole Mitchell, Vijay Iyer per citarne solo alcuni, rappresentano proprio quella ricerca di un nuovo linguaggio che spinge l’arte ed in particolare la musica in campi nuovi, inesplorati ed incredibilmente stimolanti.

Dall’altra parte, in Europa, la ricerca sul suono e sul timbro oppure sull’aspetto melodico della musica ha sviluppato una sonorità più aerea molto riconoscibile e una sua indipendenza effettiva dall’America. Artisti come Arve Henriksen, Cristian Wallumrod, Jon Balke rappresentano questa tendenza.

Mi sembrano due aree e due aspetti altrettanto interessanti e stimolanti”.

 

– Più in particolare, come vede la situazione del jazz italiano?

“Anche in Italia mi sembra che la scena sia molto stimolante. Ci sono musicisti e formazioni più vicine all’area americana e altri più vicini all’area europea. La lista dei musicisti che trovo interessanti sarebbe molto lunga. In generale mi sembra che ci siano molte cose interessanti che però non riescono ad avere una visibilità adeguata. Il circuito mi sembra saturo soprattutto di una musica rappresentativa di qualcosa, invece di essere espressione diretta dei musicisti e del loro mondo interiore. Mi sembra che da parte degli organizzatori ci sia più un pensiero commerciale e diciamo così “di cassa” piuttosto che un’effettiva esigenza di una circuitazione della cultura musicale con la sua essenza rispetto a questo momento storico. Aprire a progetti e musicisti meno conosciuti o che hanno meno visibilità, ma non per questo meno bravi e interessanti, darebbe una ventata di freschezza alla musica e alla cultura in Italia. Ogni periodo di crisi e di decadenza ha in sé in realtà un fermento culturale profondo e innovativo, e questo periodo mi sembra caratterizzato da queste due dimensioni: da una parte la decadenza culturale, la confusione tra arte e commercialità, dall’altra lo sforzo di alcuni musicisti e artisti di tenersi fermi alle proprie idee e rigorosità concettuali, senza compromessi, per avere quella indipendenza artistica fondamentale per continuare nella ricerca di un nuovo linguaggio o sviluppare quelli attuali. La ricerca di un nuovo linguaggio e l’espressione di Sé stessi sono determinanti nello sviluppo della musica e nello sviluppo della società in cui viviamo”.

 

– Secondo Lei è possibile parlare di un “jazz italiano”?

“Faccio un po’ di fatica a trovare un nesso comune tra tutte le anime del jazz italiano. Non credo si possa parlare di un’omogeneità stilistica ed artistica in Italia, ma piuttosto di molte anime stilistiche, di molte figure artistiche che semplicemente cercano di esprimere se stessi attraverso il loro essere musicisti all’interno della società italiana. E questo credo sia un aspetto molto positivo. Trovo la semplificazione e l’omologazione generale un aspetto negativo dell’essere artisti. Le differenze, le singole peculiarità e caratteristiche invece sono un arricchimento culturale enorme”.

 

– Una mia personale curiosità: perché si continuano a fare tanti dischi che poi solo pochissimi comprano? E, in un tale contesto, qual è l’importanza delle “piccole” etichette?

Il disco è un po’ come mettere un punto fermo ad un progetto, concretizzare un’esperienza musicale e da li andare oltre, o sviluppare essa stessa.

Per quanto mi riguarda, essendo interessato alla ricerca in vari ambiti, il disco rappresenta anche un documento del mio personale percorso artistico.

Trovo la tendenza di avere una propria etichetta molto importante e significativa. E’ importante perché rispecchia l’esigenza dei musicisti di avere il controllo sul proprio lavoro, senza scendere a compromessi con un editore o una etichetta, avendo il diretto coinvolgimento sulla totalità del lavoro.

Questo aspetto però rispecchia la parte negativa del mondo discografico. La maggior parte della etichette non produce più i propri artisti con un investimento, che ormai è minimo. Un artista si deve comprare un certo numero di copie, e molte volte cedendo anche una parte dei diritti d’autore, in modo che l’editore sia in pari con il suo investimento e non debba fare nessuno sforzo per la diffusione del progetto. Sarebbe interesse delle etichette far circolare i propri artisti all’interno del circuito in modo da far conoscere sia l’artista stesso che il disco, e sia il lavoro dell’etichetta stessa.  Questo semplice binomio in Italia non funziona, vuoi per le ragioni prima descritte, vuoi per la viziosità e faziosità del circuito, vuoi perché il circuito è regolato da pochi nomi e pochi interessi che impediscono la giusta e naturale diffusione di tutta la musica”.

 

– In linea generale, quanto conta per un musicista una solida preparazione di base?

“Credo che una solida preparazione di base sia molto importante in un musicista per avere gli strumenti adeguati per la sua espressione artistica. La cosa importante però è non limitarsi solo alla preparazione tecnica e strumentale ma approfondire e sviluppare anche  una crescita artistica e culturale, anche dai primi anni di studio. Questo permette di arrivare prima possibile ad una vibrazione con il proprio Io interiore e con la parte più nascosta di se stessi, collegandosi ad essa, per esprimere a pieno se stessi ed il proprio mondo interiore”.

 

– E veniamo a Lei, alla Sua musica: come è cambiata nel corso degli anni?

Nel corso degli anni ho sviluppato una maggior chiarezza riguardo alla musica in generale e riguardo al mio modo di esprimermi attraverso la musica in particolare.

Lo studio e la pratica dell’improvvisazione totale giornaliera, mi ha permesso di arrivare direttamente al centro della mia essenza e della mia interiorità. In questo modo ho capito dove avveniva la mia vibrazione, dov’era la connessione tra me stesso e la musica, e da quel momento ho cercato, e cerco, di sviluppare questa mia consapevolezza.

 

– Quali sono gli elementi che maggiormente hanno concorso a determinarla
così com’è oggi?

“ Come dicevo è stato principalmente collegarsi alla musica e alla sua essenza in modo diretto, senza intermediari, in modo onesto. Da questo punto di partenza poi cerco di trovare questo significato in altre musiche, che possono essere dalla musica della Tanzania, alle melodie del ‘200, alla musica contemporanea studiandone gli aspetti compositivi e cosi’ via. Molto importanti per me sono stati gli anni della mia formazione in cui ho incontrato varie figure determinanti per la mia crescita artistica e che hanno influito sulle mie scelte. In particolare gli anni con Stefano Battaglia e i laboratori con Anthony Braxton, William Parker e Roscoe Mitchell”.

 

– Ama “raccontarsi ” in musica?

“Più che di raccontarsi io parlerei di esprimersi in musica. Il trovare il proprio universo dentro la musica, permette di esprimere le proprie sensazioni, le emozioni partendo sia dalla musica stessa e dai suoi elementi, sia mettendosi in relazione con altre forme artistiche come la pittura o la poesia, per aprirsi alle diverse possibilità espressive. In questo senso cerco di sviluppare questi aspetti sia a livello compositivo, sia a livello di improvvisazione totale, perché sono due percorsi diversi ma affini che, trovando la rigorosità e l’attenzione solamente sull’aspetto musicale e creativo sbarazzandosi da altri aspetti che possono essere devianti da questo centro, trovano il punto d’incontro nell’accettazione di se stessi dentro la musica, o della musica dentro se stessi”.

 

– Come vive l’esperienza di insegnante?

“Mi piace molto insegnare, che per me vuol dire condividere il percorso con gli studenti. Credo molto nello scambio tra insegnante e allievo e cerco sempre di trasmettere quante più cose posso, sia musicali che extramusicali. L’aspetto più importante per me è quello di cercare di far capire e trasmettere il significato della musica, e la musica in se stessa”.

 

– So che ne ha già parlato spesso..ma purtroppo non posso esimermi dal chiederle cosa abbiano significato per Giachero, non solo musicista ma anche uomo, le collaborazioni con William Parker e Anthony Braxton…

“Sono stati due incontri molto importanti nella mia vita, sicuramente determinanti per alcuni aspetti. La collaborazione con Parker e Braxton mi ha fatto capire la loro forza e la loro urgenza espressiva, la loro solidità e integrità artistica estranee ad ogni compromesso. Entrare in contatto con la loro onestà, la profondità, la coerenza e la rigorosità del loro essere artisti mi ha coinvolto e ha cambiato la mia essenza. In qualche modo ti da anche sicurezza nell’intraprendere il tuo percorso artistico, il tuo viaggio, senza timori. Condividere con loro i dubbi, le difficoltà pratiche dell’espressione del Sé, le difficoltà artistiche in cui muoversi mi ha dato la forza interiore per essere rigoroso e determinato nel mio percorso e nelle mie scelte. Nonostante il periodo culturale attuale in cui, soprattutto in Italia, è sempre più difficile avere a che fare con artisti e addetti ai lavori la cui essenza è libera dal compromesso, l’incontro con questi artisti produce in me una spinta ancora maggiore verso l’espressione interiore e la rigorosità intellettuale ed artistica”.

 

– Al di là dei due nomi sopra citati, c’è qualche altra collaborazione che ricorda particolarmente?

“I musicisti con cui collaboro abitualmente li ritengo straordinari dal punto di vista musicale ed umano e quindi sono le mie collaborazioni più intense. Dal progetto in trio T.R.E., al  Ligatura, al gruppo allargato con gli archi Polyphonic Ensemble al trio Kalaby-Yau. Oltre ad esse vorrei ricordare solo la collaborazione con Hamid Drake, batterista del  con William Parker, musicista e persona eccezionale, Taylor Ho Bynum, trombettista improvvisatore con cui ho suonato a New York e Claudio Fasoli con cui ho suonato diversi anni fa”.

 

– Cosa c’è nel futuro di Alessandro Giachero?

“In un futuro a breve termine c’è l’uscita discografica di diversi progetti tra cui un disco realizzato con trio d’archi, flauto,  e batteria di brani miei. Una serie di dischi in piano solo di improvvisazione che sono la conclusione di questo mio percorso sul piano solo e sull’improvvisazione per, da ora in poi, andare avanti e progredire in questa direzione del solo. Entrambi questi due lavori, il solo e il gruppo con gli archi, in realtà fanno parte di un percorso unico del mio lavoro, il primo basato sull’aspetto compositivo e razionale, diciamo più cerebrale della musica, ed il secondo basato sull’aspetto più emozionale e gestuale.

Un progetto futuro sarà la registrazione e spero la pubblicazione di un lavoro sulle poesie di Rumi, poeta Persiano del 1200. Ho composto circa 50 pezzi sulle rispettive 50 poesie di Rumi, in quella relazione e vibrazione tra le arti di cui parlavo prima, per  e violoncello, in un gioco di scrittura e improvvisazione che in questo momento mi interessa molto”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Video interview on www.pianosolo.it here is the link:

http://www.pianosolo.it/2011/12/10/intervista-ad-alessandro-giachero/

 

Last modified on marzo 31, 2012

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