T.R.E. – “Riflessi”

T.R.E. – “Riflessi” – 2007 – Abeat records

 

tracks:

  1. Opening – 03:30 – (A.Giachero-S.Risso-M.Zanoli)  1 Opening
  2. Drops – 03:12 – (A.Giachero-S.Risso-M.Zanoli)
  3. Fragments – 01:21 – (A.Giachero-S.Risso-M.Zanoli)
  4. Fuoco rituale – 03:31 – (A.Giachero-S.Risso-M.Zanoli)
  5. Passaggi – 04:43 – (A.Giachero-S.Risso-M.Zanoli)
  6. L’ingranaggio – 00:46 – (A.Giachero-S.Risso-M.Zanoli)
  7. Sabbia – 04:13 – (A.Giachero-S.Risso-M.Zanoli)
  8. Colors – 02:02 – (A.Giachero-S.Risso-M.Zanoli)
  9. Conversation I – 02:26 – (A.Giachero-S.Risso-M.Zanoli)
  10. Conversation II – 01:32 – (A.Giachero-S.Risso-M.Zanoli)
  11. Dietro lo specchio – 01:25 – (A.Giachero-S.Risso-M.Zanoli)
  12. Il sogno – 02:50 – (A.Giachero-S.Risso-M.Zanoli)
  13. La scala di cristallo – 01:23 – (A.Giachero-S.Risso-M.Zanoli)
  14. Memories – 06:05 – (A.Giachero-S.Risso-M.Zanoli)
  15. Notturna – 03:20 – (A.Giachero-S.Risso-M.Zanoli)
  16. Paesaggi sonori – 03:15 – (A.Giachero-S.Risso-M.Zanoli)

 

Recensione comparsa su “All About Jazz” maggio 2007
Giudizio artistico: 4,5 stelle
“Tre” è il numero perfetto, il simbolo della divinità cui siamo più abituati, il codice dell’argomentazione concettuale: tutti elementi che tornano – assieme al più prosaico numero dei componenti del trio piano-basso-batteria – in questo Riflessi del T.R.E. (Tri Razional Eccentrico), ovvero Alessandro Giachero, Stefano Risso e Marco Zanoli.
Al secondo lavoro per Abeat (leggi la recensione del precedente Passaggi), T.R.E. mette in scena con grande coraggio e piena coerenza una musica interamente improvvisata, dialogica, basata sul dialogo paritetico, nella quale il rischio dell’esplorazione e della scoperta della nota giusta “qui e ora”, sono la cifra fondamentale.
Ben sedici le tracce, delle quali solo tre superano i quattro minuti, mentre le altre risolvono il dialogo in conversazioni brevi, ma intense, nelle quali gli strumenti risuonano nel loro ricercare, dentro atmosfere rarefatte, tracce di temi, passaggi dal lirismo appena accennato e tuttavia toccante.
Se puntillistico ed essenziale è il lavoro ritmico di Zanoli (che però opera qua e là scenograficamente ai piatti) ed ovviamente fondamentale è quello di Giachero – estremamente dosato e meditato il suo tocco, espressive e non ostentate le sue tecniche “non convenzionali”, per un approccio allo strumento che ricorda Bobo Stenson – il protagonista del disco appare però Risso, il cui contrabbasso è costantemente al centro della scena, un po’ come accade ai grandi dello strumento anche nei contesti più rilevanti. Ne sia esempio “Drops”, interamente costruita su di lui e sostanzialmente un suo lungo assolo, ma anche quei momenti in cui, all’archetto o percuotendo la cassa, offre espressive risposte alle chiamate del piano.
Non è usuale ascoltare lavori di questo spessore, che evadono da ogni monotonia richiedendo ascolto attento senza però scivolare mai nel cerebrale e rendendo in cambio stimoli a volontà e immenso piacere. Non è usuale in Italia, ma neppure altrove. Per cui sarebbe davvero opportuno prestare a questo disco, e a questi musicisti, la massima attenzione. La meritano tutta.
Recensione pubblicata per gentile concessione di All About Jazz Italia – http://italia.allaboutjazz.com e Neri Pollastri. Copyright (c) 2007

 

Recensione comparsa su “Cadence” (USA) marzo 2007
This Italian trio’s music exists in a dark place somewhere between the classic Bill Evans Trios and the Graewe-Hemingway-Reijseger group. Purported to be a completely improvised affair, Riflessi explores the spaces between sounds, patterns and motives; in the finest moments of exchange, “Passagi Sonori” being a superb example, listening becomes a very active experience as the boundaries between silence and sound are called repeatedly and convincingly into question. Much of the success of this venture is due to the stunningly clear and full recording; every gesture and detail is vivid, from the smallest percussive to the longest bass or piano decay. The music ranges from a kind of Jazz-tinged pan-tonality, as with the wistful “Passaggi,” to some free-form bubble and clatter, as on the percolating “Fuoco Rituale.” Communication is first-rate, each member of the trio responding quickly and consistently to one another, sharing equally the responsibilities of shaping each piece, no matter how brief.
I only hope that they can make the final leap into the 21st century, as there’s been a lot of water under the proverbial bridge since Bill Evans died. All of my quibbles aside, Riflessi deserves to be heard, and it will be relished by fans of “free jazz” and by adherents to more traditional forms.
Marc Medwin

 

Recensione comparsa su Jazz Convention settembre 2007
Quasi un disco nel disco. Mentre il trio “Tri Razional Eccentrico” era in studio per registrare “Passaggi”, è nata l’idea di costruire un disco quasi completamente improvvisato, e da qui è sorto il progetto di “Riflessi”. Un disco di seconda mano, una banale bagattella, un divertissment? Niente di tutto questo. “Riflessi” è un lavoro denso, radicale, a tratti oscuro. Sicuramente non lascia impassibili all’ascolto, non è “musica d’arredamento”, per citare Erik Satie. Il disco si apre giocando su fugaci frasi di pianoforte, rotte, spezzate a metà, mentre poco oltre sempre Giachero suona quasi solo nel registro grave a ottave parallele, dando un senso di profonda inquietudine, supportato dagli artifici timbrici di Zanoli e Risso. Poi c’è “Fuoco Rituale”: Stockhausen? No, Giachero. E il tremolante archetto di Risso a “fare rumore”, costruendo una musica ossessiva, lancinante, scomoda, con il pianoforte ancora “strappato”.
Poi, si cambia musica, si ritorna a “Passaggi”, una ballad dialogica, in cui tutto sta nei discorsi tra pianoforte e contrabbasso; una rottura profonda con quanto veniva prima, eppure – forse nella suggestione di ciò che si è ascoltato prima – rimane qualcosa di strano. Forse anche a causa dei cromatismi del piano e delle frasi spezzate nel lungo e malinconico assolo di contrabbasso, strumento che ritornerà in primo piano in “Conversation II”, quasi un lungo, stupendo monologo. Poi naturalmente si torna nell’inquietante, con “L’ingranaggio”, che introduce una sezione del disco in cui protagonista è Zanoli, e soprattutto la varietà dei timbri che riesce a cavar fuori dai suoi strumenti. Se qui, in soli 46 secondi, riesce a creare un piccolo moto perpetuo, in “Sabbia” si lancia in un accompagnamento dal suono originalissimo e dal ritmo storto. Si ritorna, infine, all’andamento lento con “Memories”, intimistica, raffinata, in cui Giachero mette in mostra un profondissimo lirismo, una intelligenza musicale rara, e un gusto strepitoso per “la nota giusta al momento giusto”, come si usa dire.
Questo non è un disco semplice, e non è un disco comune, tanto meno in Italia, dove già di jazz che non sia mainstream ce n’è poco, e trovarne di fatto bene è seriamente difficile. I tre musicisti sono straordinariamente affiatati, producono un disco fabbricato sulla pura intuizione, dai colori profondamente innovativi con nessuna concessione ai clichè. Non facile da ascoltare, sicuro, ma lo si gusta a fondo. E’ un viaggio negli abissi della musica, o sicuramente negli abissi del jazz. Sempre camminando su una corda che però non si spezza mai. L’ascoltatore deve in un certo modo disfarsi di ogni preconcetto, di ogni attesa e pretesa, e lasciarsi attraversare dalla musica. Forse si può azzardare una domanda, sottesa al disco: quali sono i rapporti tra musica e silenzio? In “Paesaggi sonori” – a chiusura dell’album, quasi a darne una chiave ermeneutica – il discorso non è più tra strumento e strumento, tra un musicista e un altro, ma diventa un dialogo tra suono e non-suono, tra il suono e il suo “riflesso”, il silenzio.
Diego D’Angelo

 

Lo scorso anno i T.R.E. ( tri razional eccentrico) vinsero il concorso«Padova Porsche Jazz Festival nella categoria «Giovani», suscitando un grande scalpore tra gli addetti ai lavori. Le principali riviste di settore dedicarono spazio a questa vicenda permettendo loro di ritagliarsi un piccolo spazio e nel corso degli ultimi mesi hanno portato in giro per l¹Italia il loro straordinario progetto . Abeat pubblicò un disco d¹esordio, intitolato «Passaggi> ( ABJZ 037) che ebbe un ottimo esito di critica ed un eccellente successo in alcuni paesi stranieri, soprattutto in Giappone.
Questo nuovo lavoro testimonia una registrazione completamente improvvisata . Una sfida con se stessi , ampiamente vinta , che dimostra non solo l’eccellente caratura artistica del trio e la loro sopraffina sensibilità ma anche le possibilità estreme e mai del tutto esplorate che solo l’alchimia della musica , attraverso l’incontro di splendidi artisti , può riservare. Il sound di questo nuovo disco per Abeat è unico ed originalissimo, fresco e moderno. Il linguaggio è una miscela sapiente di vari elementi fusi in maniera nuova; un trio che sta delineando nel panorama a volte asfittico del jazz contemporaneo una nuova via. La musica risulta introspettiva e passionale, frutto corale di tre forti personalità estetiche unite da un non comune senso del rischio e dell’invenzione . Essa scorre fluida e senza cedimenti come se non si trattasse di «musica totalmente improvvisata» ma di un progetto studiato e riprovato : tutto ciò è il frutto di una completa identità di intendimenti e di forza «superiore».
Abeat Records

 

Avendo un’ora di tempo, magari al risveglio, una domenica mattina, in assenza di pregiudizi sul jazz e sull’improvvisazione, l’ascolto di “Riflessi”, un disco appunto di pura improvvisazione realizzato da tre musicisti jazz, può aprirvi orizzonti inaspettati. In effetti è come se quasi tutto ciò che accade fosse inaspettato; come scrive Marco Blasonetto nelle note di copertina “immagino i tre musicisti di fronte a un baratro, che ignorano volutamente il ponte di tronchi poco lontano per tentare l’attraversamento su una fune invisibile (…) la trovano e ci camminano sopra per quasi un’ora (…) poi si voltano e da quel punto la fune è visibilissima, gratuitamente zigzagante eppure necessaria”.
L’immagine ben descrive l’avventura musicale, ma l’ossimoro non è pertinente poiché a mio avviso il percorso e i gesti non indugiano, non zigzagano, bensì un senso di necessità li accompagna uno ad uno. Alle spalle una formazione comune presso i laboratori di improvvisazione di Siena Jazz con Stefano Battaglia, uno dei luoghi ove da alcuni anni si insegna a guardare il jazz da angolature nuove e a ricalibrare il gesto sui parametri costitutivi del linguaggio musicale. Uno studio e una pratica che non ammettono la distrazione come categoria di ascolto. Per questo è necessario prendersi spazio e lasciare che gli spaccati sonori che il trio ci propone possano svilupparsi appieno nella nostra immaginazione.
Alessandro Giachero, Stefano Risso e Marco Zanoli ci portano in giro per un’oretta sul loro nautilus personale consentendoci di ascoltare canti di balenotteri e sfrigolii di coralli… senza in realtà alcun intento descrittivo, compiono il loro viaggio quotidiano nell’ambiente ricco e popoloso della creazione musicale, proponendocene l’essenza.
L’Entusiasta – Corvo Rosso Magazine

 


 

Last modified on marzo 29, 2012